La Icona di Andria è la più bella delle Icone di Puglia. Sta a fronte anche alla celeberrima icona della Tenerezza di Vladimir. E' databile intorno al 1275. Si fa l'ipotesi che sia prodotto della raffinata arte bizantina di corte, importata in Italia alla seconda metà del XIII sec.

 


Tempera su tavola, cm 72 x 52


Il centro sembra alabastro, incorniciato da legno, rivestito di rame dorato, su cui sono incisi, nella parte superiore, la rappresentazione del Verbo Eterno, nella parte inferiore la rappresentazione del Verbo Incarnato. Ai quattro angoli i simboli degli Evangelisti e ai due lati quattro figure o di profeti o di dottori della Chiesa, vestiti alla greca. sul dorso o spessore dell'altare è incisa una croce, cui segue la seguente scritta: "Hoc altare sacratum est in honorem Sanctae Trinitatis".

 


m 0,175 x 0,25



  DI ANTONIO VIVARINI (1418 - 1484), pittore veneto


Le tre tavole facevano parte di un grande polittico: i quattro scomparti maggiori insieme con un Ecce Homo, passarono nel 1894 al Museo Provinciale e fanno parte, ora, della Pinoteca Provinciale di Bari. Il polittico, datato 1467, è firmato da Antonio Vivarini.

 




  DI FRANCESCO LAURANA


S. Bottari, nel 1935, reputò il busto di Andria, per la sua forte caratterizzazione fisionomica, opera di Domenico Gagini (1425-1492): attribuzione ripresa nel 1972 da H. W. Kruft.

Tutti gli altri studiosi dal Fabriczy (1907), al Venturi (1908) e poi da Salmi, al D'Elia (1964) concordarono nell'attribuzione a Francesco Laurana.

 


Marmo Scolpito: m 0,53 x 0,48 x 0,28.

Tempera su tavola, cm 72 x 52.

 


Andria, inoltre, possiede l'insigne reliquia della Sacra Spina (una spina che porta tracce di sangue che si ravvivano nell'anno in cui il Venerdì Santo coincide con l'Annunciazione del Signore - 25 marzo -).

Proviene da Re di Francia, è stata assegnata in dote alla figlia Beatrice d'Angiò sposata con il Conte di Andria Bertrando del Balzo all'incirca nel 1300.

La sua memoria si celebra il Venerdì dopo le Ceneri.

Maggiori informazioni le trovate nella sezione ad essa dedicata. Per accedervi clicca qui

 

 



  di Tuccio D'Andria


Provengono dall'armadio delle reliquie del Cappellone di San Riccardo.

Nella parte posteriore le ante avevano ciascuna una rete di piccole teche di rame argentato chiuse da sottili lamine di tartaruga, che lasciavano intravedere le reliquie.  Quando le ante erano aperte si spiegava davanti ai fedeli il vano centrale dell'armadio con la ricchezza delle sue reliquie e ai lati si allargavano le due ante con i reticoli delle piccole teche legate tra loro da fiori d'argento punteggiati da pietre di colore.

La bellezza eccezionale che si manifesta a chi si ferma a contemplare l'insieme e i particolari ha sospinto i critici, che sino al 1964 avevano attribuito l'opera a Tuccio di Andria, a immaginare un supermaestro, che l'avrebbe realizzata.  "Maestro Meridionale" fantomatico, che forse è la personificazione di quella cooperazione che Tuccio seppe trovare tra gli artigiani delle varie botteghe, che facevano capo alla scuola di Napoli.

Le teche nel 1965 furono smontate e sistemate su due nuovi pannelli a cura del Gabinetto di restauro della Sovrintendenza di Firenze.